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 FOTO PAOLO PELLEGRIN MOSTRA FOTOGRAFICA MAXXI ROMARoma, 6 novembre 2018. Ha viaggiato in tutto il mondo con la sua macchina fotografica raccontando uomini, guerre, emergenze umanitarie ma anche storie di grande poesia e una natura portentosa e pulsante. Membro di Magnum Photos dal 2005 ha vinto 10 World Press Photo Award e numerosi altri prestigiosi riconoscimenti in tutto il mondo, come l’Eugene Smith Grant in Humanistic Photography e il Robert Capa Gold Medal Award. E’ profondamente interessato all’essere umano e alle sue relazioni con i luoghi, gli avvenimenti, gli altri esseri. 
CONTINUA CON GLI EVENTI...


 paolo pellegrin mostra fotografica maxxi romaE’ Paolo Pellegrin (Roma, 1964), uno dei più importanti fotografi della scena internazionale, cui il MAXXI dedica una grande mostra a cura di Germano Celant, dal 7 novembre 2018 al 10 marzo 2019, nella scenografica galleria 5 del museo.L’esposizione, intitolata Paolo Pellegrin. Un’antologia, nasce da un intenso lavoro di due anni sull’archivio del fotografo e ripercorre attraverso oltre 150 immagini, tra cui numerosi inediti e alcuni contributi video, vent’anni del suo lavoro, dal 1998 al 2017. La mostra rappresenta un’occasione preziosa per conoscere il suo percorso creativo e documentario e per approfondire i temi che animano il suo lavoro, dove la visione del reporter e l’intensità visiva dell’artista si intrecciano e diventano un tutt’uno.Il percorso, immersivo e coinvolgente, si articola tra due estremi: il buio e la luce.La parte iniziale è buia. Domina il colore nero, popolato dal racconto di un’umanità sofferente: la guerra, le tensioni, la distruzione, ma anche l’intima bellezza dell’essere umano nell’espressione delle sue emozioni più profonde. La seconda parte è caratterizzata invece da uno spazio luminoso in cui prevalgono immagini di una natura che, nella sua maestosità e lontananza, sembra ricordarci la fragilità della condizione umana. All’ingresso, una grande parete dedicata alla battaglia di Mosul del 2016, scelta da Pellegrin come metafora del conflitto, esplode come una Guernica contemporanea. Qui troviamo anche una serie di immagini, scattate negli Stati Uniti, che parlano di violenza, razza, povertà, crimine. E ancora uomini, donne, bambini, soldati, profughi, rifugiati, migranti, da Gaza a Beirut, da El Paso a Tokyo, da Roma a Lesbo. Esseri che pregano, che piangono, che scappano, che combattono: ogni immagine coglie e sublima con sensibilità i conflitti, i contrasti, i drammi di questo nostro tempo così tormentato e complesso. Come, in primo piano, il volto sofferente di un rifugiato a Lesbo in attesa di essere registrato, stremato dal caldo e dalla sete, quasi una Pietà contemporanea, o le gigantografie di tre prigionieri dell’Isis in attesa di essere processati, che Pellegrin ha ritratto nel Kurdistan iracheno nel 2015. In fondo alla galleria, figure evanescenti, ritratti “transitori” colti in momenti di passaggio, affiorano appena dal buio come fantasmi (“Ghost” nella definizione di Pellegrin). A questo racconto dell’essere umano, calato nel buio, fa da contraltare l’immersione in un ambiente improvvisamente luminoso, di una luce evanescente dove il dato reale sembra sublimarsi nel candore del ghiaccio dell’Antartide, protagonista di un recente reportage realizzato per la NASA, nello sguardo di una giovane donna rom, nella potenza degli elementi della natura, nella spiritualità e nella profondità del rapporto atavico dell’uomo con essa, come accade nel bagno di due giovani palestinesi nel Mar Morto. Le due parti del percorso sono collegate da un passaggio che proietta il visitatore dietro le quinte della ricerca visiva di Pellegrin: disegni, taccuini, appunti, piccole fotografie, danno conto della complessità di un processo creativo che si fonda su ricerca, conoscenza e preparazione. Pellegrin considera la fotografia come una lingua fatta allo stesso tempo di regole e di istinto. Trova le sue radici in anni di studio intorno all’immagine, alla visione, allo sguardo: tutti aspetti che il fotografo ha allenato fin dall’inizio del suo lavoro attraverso l’interesse per la letteratura, la storia dell’arte, l’architettura, il cinema e, naturalmente, il lavoro di grandi fotografi. Come scrive Celant, “Il reportage, per Pellegrin, non è un’operazione accelerata e veloce, distaccata e fredda, ma – come per Walker Evans e Lee Friedlander – è una manifestazione dell’interpretazione personale, che si alimenta di estetica e di espressività, di angoscia e di sofferenza. È la sintesi di una posizione critica del fotografo rispetto alla visione impersonale della realtà: un racconto, scandito per momenti e per capitoli, che aiuta a mettere in contesto la situazione affrontata e chi la documenta. [...] Le sue fotografie sono frammenti di una scrittura per immagini e riflettono un tempo storico, basato sulle fisionomie, singole e collettive, delle persone che vivono una tragedia. Esse diventano anche una storia privata di Pellegrin che sente la necessità di condividere, con la sua presenza e la sua testimonianza, la responsabilità della nostra cultura verso questi eventi drammatici.” In occasione della mostra, è presentata in anteprima la prima parte del progetto fotografico realizzato da Pellegrin lo scorso gennaio a L’Aquila, nell’ambito della committenza fotografica affidata dal MAXXI. Nella Galleria 1 al piano terra è esposto un polittico di circa 2 metri per 3, composto da 140 piccole immagini in bianco e nero, fortemente contrastate, che ritraggono scorci e dettagli di una città ancora ferita, interpretando il senso di perdita che segue il dramma del terremoto. L’altra parte del lavoro è composta da grandi fotografie a colori in cui, uscito dalla città, Pellegrin ha ritratto le campagne e i monti intorno all’Aquila nel corso di una notte illuminata solo dalla luna. Queste immagini saranno esposte per la prima volta a Palazzo Ardinghelli in occasione dell’inaugurazione di MAXXI L’Aquila, nel 2019, progetto affidato dal MiBAC alla Fondazione MAXXI per contribuire alla rinascita del territorio anche attraverso la cultura. Durante la serata dell’opening, nella videogallery del Museo viene proiettato un video, realizzato da Panottica, che ripercorre per immagini quasi trent’anni di fotografie, accompagnate dal brano Music for babies composto da Howie B. Il contributo fotografico di Pellegrin, composto di migliaia e migliaia di immagini, nasce spesso in contesti e scenari al limite dell’esistere, sia della natura sia dell’essere umano. Il documento fotografico, che è testimonianza di indagine quanto di partecipazione, in Pellegrin non si propone come oggettiva rappresentazione di persone, di contrasti, di oggetti, ma tende a cogliere l’anima del momento. I suoi grigi e i suoi neri, le sue ombre, le sue diagonali trascendono i luoghi e il tempo. Le sue figure, le porzioni dei corpi, i suoi volti divengono testimonianza di un sentire e di un respiro intorno alle vicende umane. E degli eventi naturali: un tentativo di fissare le forze dell’esistere, in tutte le condizioni possibili di sopravvivenza e di vita. In occasione della mostra uscirà il volume di Germano Celant, Paolo Pellegrin, pubblicato da Silvana Editoriale in tiratura limitata con copie numerate. Frutto di un lungo lavoro nell’archivio del fotografo, il libro raccoglie oltre millecinquecento immagini, scandite cronologicamente, in modo da ripercorrere il percorso creativo e documentario di Pellegrin, offrendosi come una summa dell'intera opera del fotografo.  
foto by giancarlo casnati mostra maxxi roma
  
paolo pellegrin fotografato da giancarlo casnati maxxi romaNTRODUZIONE MOSTRA 
Italia, Roma un incursione dal nostro nuovo inviato GIANCARLO CASNATI fotoreporter / videomaker blogger, presso un evento di una speciale mostra fotografica dove si vuol far capire l'importanza delle immagini che sono di grande impatto sociale e storico nella storia, internazionale e mondiale di uomini che a costo  della loro vita per la libertà di pensiero e parola, le immagini sono le nostre comunicazioni. 
La mostra nasce da due anni di intenso lavoro sull’archivio del fotografo romano e ripercorre, attraverso oltre 150 immagini, numerosi inediti e alcuni contributi video, vent’anni della sua attività, dal 1998 al 2017.
Vincitore di 10 World Press Photo Award e numerosi altri prestigiosi riconoscimenti in tutto il mondo, come il Robert Capa Gold Medal Award e il Premio Eugene Smith, Paolo Pellegrin (Roma, 1964) coniuga l’esperienza del testimone in prima linea con l’intensità visiva dell’artista. Nel suo lavoro la progettualità a lungo termine si intreccia con la sensibilità estetica, allenata da lunghi anni di studio intorno all’immagine e alla visione. 
 
Paolo  Pellegrin Paolo Pellegrin (Roma, 11 marzo 1964) è un fotografo italiano, legato alla nota agenzia internazionale Magnum Photos dal 2001 e membro effettivo della stessa dal 2005.

 
Paolo  Pellegrin Paolo Pellegrin (Roma, 11 marzo 1964) è un fotografo italiano, legato alla nota agenzia internazionale Magnum Photos dal 2001 e membro effettivo della stessa dal 2005.


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Nato a Roma nel 1964 frequenta inizialmente la facoltà di Architettura all'Università della Sapienza, ma abbandona gli studi senza conseguire la laurea durante il terzo anno di corso.Riconosciuto come uno dei maggiori fotoreporter di guerra collabora con testate giornalistiche quali Newsweek e New York Times magazine. È stato insignito di numerosi premi, tra cui la Robert Capa Gold Medal(2006), lo Eugene Smith Grant in Humanistic Photography (2006), l'Olivier Rebbot for Best Feature Photography (2004), la Leica Medal of Excellence (2001), dieci World Press Photo tra il 1995 e il 2013

 
Il risultato è un metodo di lavoro che rimanda all’idea di un giornalismo lento, guidato dall’urgenza intellettiva dell’approfondimento piuttosto che dal desiderio di carpire un’immagine iconica, e si traduce in storie dai tempi di lettura dilatati, periodici ritorni su luoghi già fotografati, un’attenzione rivolta non solo al momento del conflitto ma a ciò che accade dopo. 
Il percorso di mostra si snoda tra due poli, il buio e la luce, metafora delle manifestazioni più estreme dell’esistenza con cui Pellegrin si è confrontato nel corso del tempo. Da un “antro” scuro dove la penombra e il suono reiterato del mare introducono alle visioni di Gaza e Guantanamo, si accede in uno spazio in cui domina il colore nero. 
Dalle gigantografie di tre prigionieri dell’Isis in attesa di essere processati, alla battaglia di Mosul, metafora di tutti i conflitti: nella prima parte dell ’esposizione si dispiega senza soluzione di continuità un racconto sull’umanità e sull’oggi. Da Gaza a Beirut, da El Paso a Tokyo, da Roma a Lesbo, le fotografie in mostra raccontano, il dolore, la guerra, la distruzione, ma anche l’intima bellezza dell’essere umano nell’espressione delle sue emozioni più profonde. In fondo alla galleria figure evanescenti, ritratti “transitori” colti in momenti di passaggio, che affiorano appena dal buio come fantasmi (“ghost” nella definizione di Pellegrin). 
A questo racconto dell’essere umano, calato nel buio, fa da contraltare l’immersione in un ambiente improvvisamente luminoso, in una luce che sembra sublimarsi nel candore del ghiaccio dell’Antartide, nello sguardo di una giovane donna rom, nella potenza degli elementi della natura e nella spiritualità del rapporto atavico dell’uomo con essa, come accade nel bagno di due giovani palestinesi nel Mar Morto. 
Le due parti del percorso sono collegate da un passaggio che proietta il visitatore nel making of della ricerca visiva di Pellegrin: disegni, taccuini, appunti, fotografie, piccoli portfolio, danno conto della complessità di un processo creativo che si fonda innanzitutto su ricerca, conoscenza e preparazione. Si entra così nel cuore del pensiero di un autore che considera la fotografia come una vera e propria lingua, fatta allo stesso tempo di regole e di istinto, in cui il soggetto rimane comunque sempre l’essere umano, le sue relazioni con i luoghi, gli avvenimenti, gli altri esseri. 
 
 



 
Il risultato è un metodo di lavoro che rimanda all’idea di un giornalismo lento, guidato dall’urgenza intellettiva dell’approfondimento piuttosto che dal desiderio di carpire un’immagine iconica, e si traduce in storie dai tempi di lettura dilatati, periodici ritorni su luoghi già fotografati, un’attenzione rivolta non solo al momento del conflitto ma a ciò che accade dopo. 
Il percorso di mostra si snoda tra due poli, il buio e la luce, metafora delle manifestazioni più estreme dell’esistenza con cui Pellegrin si è confrontato nel corso del tempo. Da un “antro” scuro dove la penombra e il suono reiterato del mare introducono alle visioni di Gaza e Guantanamo, si accede in uno spazio in cui domina il colore nero. 
Dalle gigantografie di tre prigionieri dell’Isis in attesa di essere processati, alla battaglia di Mosul, metafora di tutti i conflitti: nella prima parte dell ’esposizione si dispiega senza soluzione di continuità un racconto sull’umanità e sull’oggi. Da Gaza a Beirut, da El Paso a Tokyo, da Roma a Lesbo, le fotografie in mostra raccontano, il dolore, la guerra, la distruzione, ma anche l’intima bellezza dell’essere umano nell’espressione delle sue emozioni più profonde. In fondo alla galleria figure evanescenti, ritratti “transitori” colti in momenti di passaggio, che affiorano appena dal buio come fantasmi (“ghost” nella definizione di Pellegrin). 
A questo racconto dell’essere umano, calato nel buio, fa da contraltare l’immersione in un ambiente improvvisamente luminoso, in una luce che sembra sublimarsi nel candore del ghiaccio dell’Antartide, nello sguardo di una giovane donna rom, nella potenza degli elementi della natura e nella spiritualità del rapporto atavico dell’uomo con essa, come accade nel bagno di due giovani palestinesi nel Mar Morto. 
Le due parti del percorso sono collegate da un passaggio che proietta il visitatore nel making of della ricerca visiva di Pellegrin: disegni, taccuini, appunti, fotografie, piccoli portfolio, danno conto della complessità di un processo creativo che si fonda innanzitutto su ricerca, conoscenza e preparazione. Si entra così nel cuore del pensiero di un autore che considera la fotografia come una vera e propria lingua, fatta allo stesso tempo di regole e di istinto, in cui il soggetto rimane comunque sempre l’essere umano, le sue relazioni con i luoghi, gli avvenimenti, gli altri 
 
  
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